Affiliazioni Digitali

Linee-guida sempre più complesse: le major del digitale elargiscono dottrine di utilizzo del digitale che però non giovano a nessun altro se non al fine ultimo di creare meccanismi di affiliazione e di comportamento rigidamente codificati per il successo delle proprie piattaforme (delle major, ovviamente…).

Dottrine di affiliazione

Google (che conosco meglio) – ma potrei chiamare in causa anche Facebook od Apple o Microsoft od Amazon (ovvero le Big Five del digitale) – sono anni che si affannano a dirci come ci si deve comportare e come gestire i nostri contenuti, e-commerce e social sul Web ovviamente motivando tutto ciò come condizioni indispensabili per trarre il massimo profitto dai meccanismi della comunicazione digitale: ma è poi così vero?

Il Material Design è una interessantissima filosofia di design del digitale che invita ad ottimizzare il nostro operato per l’utenza tutta all’insegna della massima usabilità anche per persone con differenti capacità sensoriali o linguistico-culturali: linee guida molto ben sviluppate che ovviamente mettono al centro le esigenze del !Responsive Design ovvero la necessità di sviluppare diverse interfacce per dispositivi mobili e desktop mantenendo le medesime funzionalità e livelli di usabilità. Ma è così davvero? Allora perché la stessa interfaccia di Google Immagini non presenta attualmente le medesime possibilità di utilizzo fra dispositivi mobili e desktop ed in particolare per la specifica funzione del !reverse image search (quella attivabile dall’iconcina a forma di macchina fotografica per intendersi) ovvero la possibilità di utilizzare come query un’immagine per trovarne di simili?

D’altro conto in questi decenni è stato tutto un susseguirsi di consigli a cui tutti si sono sussiegosamente adeguati tanto che le linee guida sono oramai diventate delle tendenze main-stream da rispettare altrimenti non sei alla moda e credibile: se non pronunci e non dimostri alle riunioni di possedere un certo lessico e la capacità di rispettare tutti i dettami dati allora davvero rischi di fare figuruccia… ma alla fine chi ci guadagna?

Mah… io credo che non si debba passare il tempo a rispettare protocolli vari ma che si possa utilizzare gli strumenti offerti da motori di ricerca e social per migliorare la propria comunicazione e marketing digitale: in altre parole io devo raccontare, o vendere, o promuovere un qualcosa e posso sicuramente farlo meglio utilizzando social o motori ma questo deve rimanere l’obiettivo del mio lavoro che non è quello di essere assorbito per tutto il tempo a rispettare protocolli sulla cui utilità finale c’è molto da discutere… Ben prima di quest’estate c’è stato il ciclone AMP che ha imposto – ai credenti di questa filosofia – l’adozione di uno specifico linguaggio e la clonazione del sito Web sui sistemi cache di Google (?!?) per ambire ad avere la pagine più veloce possibile salvo poi trovare in top-ranking pagine Web che non sono decisamente né veloci né ottimizzate (almeno OnSite…).

Con l’estate 2018 la proposta di indottrinamento è invece quella di integrare la complessa piattaforma di Google Marketing Platform in maniera tale da avere con un unico G account tanti strumenti a disposizione per ottimizzare (non scherziamo analisi ed interventi manuali-professionali sono insostituibili soprattutto per obiettivi specifici rispetto a set di parole chiave selezionate), scrivere e spedire report (utili, comodi ma non indispensabili rispetto ad altre possibili soluzioni), fare inchieste all’utenza finale (sinceramente non li ho mai provati…), gestire i tag (un accentramento di funzioni anche quest’ultimo non indispensabile) e per finire i classici sistemi di advertising rispetto alla rete Display (decisamente configurabile in maniera raffinata rispetto ai propri diversi target di riferimento) e alla rete Search (opportunità anch’essa configurabile in maniera molto raffinata rispetto al linguaggio=parole utilizzate dal proprio target di riferimento quando cerca l’informazione su Google appunto – ma con risultati sicuramente utili soprattutto se si ha una certa  esperienza in merito all’utilizzo di questi strumenti…).

Se a questo aggiungete servizi già citati come AMP (assolutamente non indispensabili se operate tecnicamente in autonomia in maniera corretta) oppure altri ben noti a disposizione come ad esempio Google Analytics (per i quali ci sono peraltro soluzioni come d esempio Yandex Metrica che sono molto più usabili e performanti) capite bene che rischiate di passare la vostra vita (professionale) ad imparare strumenti e rispettare protocolli salvo poi magari trovarsi un giorno a chiedersi: già… ma quale era lo scopo del mio lavoro?

Post Scriptum
Ovviamente la creazione di set di dati integrati rispetto a innumerevoli sessioni di esperienze-utente è un patrimonio informativo che fa gola a questi fornitori di servizi di cui diventano di fatto centrali di accentramento ed elaborazione (intelligente) di preziosi Big Data

Open Design

Approccio decisamente diverso è quello offerto da parte di chi ancora crede a meccanismi di distribuzione Open Source della conoscenza come Firefox che invita i propri utenti a dire la propria rispetto a due diverse set di icone entrambe ispirate peraltro al Material Design di cui sopra e con svariati obiettivi comunicativi dichiarati (tutti all’insegna del riuscire a comunicare la filosofia del browser open-source) riuscendo a scatenare un impetuoso dibattito a tratti interessante per graphic designer e per tutti coloro che hanno a cuore il concetto di design partecipato (=!Open Design). Ed a livello italiano? Incredibile ma vero l’esperienza più interessante di Open Design arriva proprio dall’ambito pubblico dove l’iniziativa designers Italia mette a disposizione una serie innumerevole e in continua evoluzione di linee guida e kit per chi sviluppa interfacce digitali per il pubblico ma con indubbia utilità anche per chi opera nel settore privato ipotizzando soluzioni di design realmente utili alle finalità dei progetti specifici in sviluppo e non per rispettare chissà quale dottrina fine a sé stessa

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